martedì 1 settembre 2015

1 settembre
L’ARRIVO

Compagnia aerea Etihad. Partenza da Milano e scalo a Doha: un ottimo volo, con sedili spaziosi e cibo piu' che decente. È sul sonno che siamo messi meno bene: zero ore zero minuti, zero secondi. Troppi pensieri affollano la mente, persa ad inseguire l'enigmatico misterioso Catai. Ma come farò a comunicare là?
Vano è preoccuparsi: tanto, all’aeroporto di Beijjing, zona arrivi, secondo accordi alcuni anglofoni mi riserveranno un’ accoglienza trionfale, con tanto di cartello ornato dal mio nome, magari preceduto da uno squillante “Prof” …..che roba! Da film!

Celeste impero, ore 11 locali, landed. Non c'è tempo per emozioni, ma solo per il recupero bagagli e l’accensione del moderno Meucci.
Ecco, si apre la magica porta degli arrivi. Sfilata di cartelli di ogni foggia: grandi, piccoli, con caratteri cinesi, caratteri latini, a pennarello, a stampa, rossi, neri blu; hotel, compagnie hitech, tour operators. E, fortunatamente, anche università. Mi metto in cerca della Hebei Normal University; lentamente vedo ricongiungersi trasvolatori oceanici e cartellonisti. Della Hebei Normal, pero, non c’e traccia. Pazientemente, faccio il giro dei recuperanti, più volte: nulla. Leggo, rileggo, fino ad imparare a memoria i nomi di tutti gli attesi a Pechino il giorno 1 settembre 2015. Niente. Niente Nardari, niente Hebei. Un’ora passata, in crescente affanno.
Alura?
I cartelli a poco a poco scompaiono: è tempo di contattare la fantomatica Amy. Ma non sarà una terrificante bufala? Una candid camera? Uno spietato cyber-scherzo? Un sequestro di occidentale, da sottoporre a lavaggio del cervello e poi reinserire nella cittadina natìa, con il fine di assassinare il sindaco di Bergamo, quinta colonna del becero capitalismo televisivo penetrato nei tessuti della sinistra?

Una cosa sola è certa: il buon Samsung, attivato normalmente, non funziona. Sudorazione in ascesa. Quiet: in uscita forse non effettua telefonate, ma sicuramente ne accetta in entrata. O no? Ulteriore sudorazione. Alternativa hitech, meno rapida ma sicura: una mail indirizzata alla phantom. Febbrile ricerca dell’antico, carico di gloria pc. Brrrr brrrrr, vibra Samsung vibra!! Ma è proprio la senzavoltoamy, che mi chiede perché non ho il telefono acceso….ok, una buona partenza, alla Rolando Thoeni[1]. Il Meucci coreano ha evidentemente qualche difficoltà in Catai: la comunicazione è di breve durata, proprio non va. 

Torniamo alla solida mail. È un aeroporto internazionale, ha una connessione sicuramente ultrafunzionale. Mezz’ora secca di smanettamenti, richieste a passanti dall’aria 2.0, a gentili hostess del desk “Informations” (però, strano. Che inglese traballante hanno): niente da fare, la rotellina della connessione gira, gira, ipnotica, inesorabile. La carica se ne sta andando, urge fare ricorso all’alimentatore, dotato di convertitore universale che il saggio traveller porta sempre con sé. Tutto bene, entra nell’attacco cinese.
Ma non alimenta un cass! Ghiandole sudoripare ormai fuori controllo, ripasso mentale dello Zibaldone Magütt[2]

Addocchio un negozio phones/smart/tablet/apps/clouds/everything e procedo all’acquisto di un nuovo convertitore (ma che inglese deficitario i commessi, strano) che, subito, pompa a meraviglia elettricità nell’esausto Acer. Grazie al sospirato scambio di mail con Amynoface vengo a sapere che gli incaricati del mio recupero sono in cerca di me alla zona arrivi. Seeeee, quando sono arrivati? E’ l’una passata e praticamente non mi sono mai allontanato, tenendo sotto controllo tutti i cartelli. Nuovo giro, nuova lettura e finalmente becco una tappotta brandente un foglio di quaderno a quadretti con su scarabocchiato il nome mio. Con la Bic, il cui tratto è di notorio spessore. “Good morning, I am Lorenzo”, “…..”, “Good morning I am Lorenzo”, “Hello, hao scao ma mien water kagen”. Ma che suoni sono? Oh porco cane, non sa una parola dell’idioma di Albione. Che storia è? 

La affianca un Bagonghi in t-shirt nera, con il quale tento nuovamente l’affondo da teatro elisabettiano. Peggio che mai, nemmeno “hello” sa dire: si limita a sorridermi tra lo stolido e il divertito. Mi chiede, a gesti ovviamente, di fare una foto insieme. Boh. È molto gentile, però, e mi invita a sedermi, accompagnandomi alla fila di sedie dove stavo prima. Passati venti minuti mi rifaccio vivo e Bagonghi (ma quanto è basso?) mi accoglie di nuovo con il suo sorriso. La titolare dell’azienda recuperi sta appoggiata alla sbarra che circonda l’uscita dei passeggeri in arrivo dall’interno del terminal. Tra schegge di lessico in parte british e gesti parte nopei pervengo ad una prima conclusione: sta attendendo l’arrivo di altri teachers. Bago il nero, per parte sua, poggia una micromano sull’addome tondino e l’altra entro le fauci, emettendo ancora quei suoni strambi. Qui è facile: mi dice che posso andare a mangiare al bar vicino, nell’attesa.

Scorre sabbia nella clessidra. Un’ora. Due ore. Prigioniero dello psicodramma surrealista, ogni tanto mi alzo dalla sedia, che ha assunto perfettamente i contorni dei miei glutei, per negoziare qualche scampolo di informazione gestuale con l’ineffabile duo, che imperterrito non si schioda dalla barra e mi fa capire che bisogna aspettare ancora. Lo spettro di Tom Hanks di “The terminal” si aggira per la Cina.

Verso le quattro e mezzo di pomeriggio, dopo oltre 5 ore dall’arrivo, in un dormiveglia bagnato di rassegnazione ha, al fine, termine la tremenda prova beckettiana. Si materializzano quattro yankees, che si presentano come insegnanti d’inglese (lo parlano bene, strano). Un lampo squarcia il dormiveglia: vuoi vedere che, per evitare di venire in aeroporto per due volte, gli emissari sono venuti in un orario intermedio tra la mattinata e il pomeriggio? Senza avvertire me, of course: del resto io vengo dal paese dei cachi, o al massimo dei cuochi, mica da cicaco.

Il leggendario duo ci accompagna, poi, alla fermata di un autobus che porta direttamente a Qinhuangdao, ormai una Shangri-la per me.  Fermata, peraltro, introvabile, distante leghe e leghe, impossibile per qualsiasi viaggiatore che non parli cinese. Dieci metri fuori la zona degli arrivi. Zibaldone….
Gli americani si compongono di tre wasp e una nera, in proporzioni da wrestling. Mi siedo vicino ad una wasp, cerco di scambiare qualche parola, ma cozzo contro un muro invalicabile: racimolato a few of sparuti monosillabi mi ritiro, pensando che l’afasica sia in realtà molto stanca. Sì, va beh, però tutti gli janchis che ho incontrato nell’ultimo decennio un’amabile quanto vuota conversazione di cortesia, fatta di “fine; great; really?; I lav itali for de fud (eh, sì, in effetti non c’è altro laggiù)” la spiaccicavano. L’ultimo neurone della giornata mi ammonisce, ‘Mei fa sito va’, cosa me è enit in ment po’?’[3]; mai rinnegare il proprio dna. Orobico sei, taci dunque.

Il viaggio, nelle luci della sera, si interrompe dopo un paio d’ore. Il bus sosta presso un grigio supermercato. Mi aggiro tra gli scaffali cercando di decifrare le etichette di (im)probabili prodotti alimentari e solo grazie all’ immagine della confezione individuo delle patatine di colore verdino prato. Risalito sul mezzo anche con una bottiglia d’acqua assaggio le pratine: cetriolo saponato, ma nemmeno dei peggiori.
Attorno alle 21 arriviamo finalmente a Shangri-la/Qinhuangdao, 26 ore dopo la partenza da Milano. Il bus si ferma in una strada polverosa, vicino ad un cantiere. Buio, niente traffico, silenzio: ecco, adesso ci prelevano per riprogrammarci in una base militare segreta, come Denzel nel Manchurian candidate. Ma no: due gentili signore, in ottimo inglese, si presentano come Summer e Amy! La voce di Skype assume quindi un volto, tondetto con occhi minuscoli e attenti, dietro occhiali quasi modaioli. Noto che gli americani vengono accolti come ad una rimpatriata di amici: evidentemente avevano già lavorato all’Hebei Normal. Già, ma dov’è la Hebei Normal? Non sarà mica erigenda? Si cela in questo cantiere? No, ci spiegano che dobbiamo trasferire i bagagli dal bus ai taxi che hanno chiamato per noi. Sul mio stesso taxi sale Amy che mi dice “You have waited a lot of time”. Zibaldone nella mente, “Yes, a lot” sulla bocca.

Dopo una craniata sul portellone del portabagagli del bus e una quindicina di minuti di trasporto, tra grattacieli che giganteggiano ai due lati della strada, facciamo trionfale ingresso al campus, deserto e immerso nell’oscurità . “Foreign expert apartments”, così recita l’insegna dilavata dal tempo e incorniciata da fluttuanti lanterne rosse (però quelle di Zhang Yimou facevano un altro effetto): questa sarà la mia casa per quasi un anno. Un custode sorridente dai denti guasti e in divisa nerastra saluta con calore i foreigner teachers. Gli americani sono destinati al secondo piano, il terra dei cachi al terzo. Ormai non sollevo più, mi limito con l’aiuto della giovane Summer a trascinare solamente i bagagli,  fino alla stanza 345. Curiosamente fanno mostra di sé, lungo le scale, decorazioni natalizie. “Merry Christmas” mi augura un babbo Natale di cartone. Il primo di settembre. 
Perché non portarsi avanti?  

Ecco la 345: spartana ma non respingente, con la parziale eccezione delle tende, di un imperdonabile beige chiarino, da motel bosniaco. (Srpska Republika ovviamente eh!). Summer mi informa che la stanza che sta di fronte, sull’ altro lato del corridoio, è a mia disposizione come ufficio, ma me la mostrerà domani. Rimasto solo, comincio ad esplorare gli armadi e poi….. Poi, temerario, apro la porta del bagno.

La visione dell’interno induce al pentimento: in una lampo rimanda ad un’ampia produzione culturale che spazia dal cinema (“Non aprite quella porta”), alla letteratura di genere (“I delitti della camera chiusa”). La doccia fa parte della toilette, non è separata: penzola sopra la tazza; lo scarico si risolve in un buco praticato nel pavimento, a lato del lavandino. 

                                                  

La ruggine sul termosifone 
ravviva un ambiente effettivamente troppo giocato sul solo bianco. Bianco sporco. Ma proprio sporco. Nereggiano decimetri di polvere su un tubo grondaia, a vista, che cala dall’ alto i liquidi dei piani superiori e li porta a quelli inferiori. 

Gioia dell’archeologo è, però, la stratificazione plurisecolare che contraddistingue il perimetro. Fanghiglia rappresa, 

divenuta parte della struttura, si rallegra, nel suo grigio fumo di Londra, del bianco dell’intonaco posatosi sopra, delicata, postmoderna rugiada. 




Gioia dello storico dell’arte moderna la patina d’antico che riveste i fili del boiler, mentre per quello dell’arte contemporanea brilla l’allestimento della ciabatta che ne accoglie la spina. Affissa al muro da segmenti di nastro adesivo, impregnati di vita vera, offre splendido esempio di ready made ma al contempo lo supera di slancio, configurando, nella ricontestualizzazione dell’effettivo uso quotidiano, un concetto del tutto nuovo: il ready improvvisated.

Di fronte alla grande bellezza esco dalla stanza per non essere sopraffatto dalla sindrome di Stendhal. Dalla penombra, lungo il corridoio  (Madeleine improvvisa: colonia di Cesenatico dei Seventies), emergono figure… ma sono antropoidi! Di sesso femminile e maschile, rispettivamente. “Ciao, sono Chiara”, dolcezza di sorriso, “Ciao, sono Nicolò”, magrezza da poco riso. Ma, ma…. la favella mi è nota. Italiani!! Dopo le presentazioni il giovane Nicolò mi chiede “Che cosa la porta in Cina?” quasi rimarcando in maiuscolo il la, come in una mail formale. Piccato, faccio notare la cosa, con subitaneo passaggio al “tu”. Ecco, però, compare una nuova squadra di connazionali, dall’inequivocabile accento isolano: sardi purosangue. Aria magnificamente impunita! Barbara, Anna, Giulia, Laura, Gianfranco e Andrea.
Durante la conversazione emerge, totalmente inaspettato, un “Usti!”. È Nicolò il responsabile. Ora, nel Bel Paese esiste solo un’etnia linguistica che fa ricorso a consimile interiezione. Aspettiamo domani per le rivelazioni, però. Ora è tempo di crollare, devitalizzato, sul sottile materasso del lettone. Di Mao, non di Putin.







[1] Cugino del più noto Gustavo, fu sciatore di qualche fortuna negli anni Settanta. La sua fama resta però indissolubilmente legata, presso i Nardari bros., ad una sua uscita in slalom. Dopo la prima porta. Indimenticabile.
[2] Trascurato dai più aggiornati manuali di storia letteraria patria, l’opera in questione contiene, invece, elementi di sicuro interesse. Si tratta di una raccolta anonima di motti di ordine teologico, elaborati nel corso dell’era moderna, espressione salace quanto autentica della quotidianità, prima, dei facchini emigrati a Venezia dalle Orobie natìe, poi dei costruttori attivi in tutto il mondo, che dei primi condividono l’origine. Il lemma “Magütt” si riferisce al manovale, a colui che nell’impresa edile riveste il rango più basso.
[3] L’autore, poliglotta, fa uso nel dialogo interiore dell’idioma nativo, incisivo nella sua sinteticità, icastico, ma poco praticato nel dialogo esterno anche perché di non facile comprensione da parte dell’interlocutore, in ispecie se extraorobico. Il breve pensiero è così traducibile : “È meglio osservare il silenzio. Ma qual pensiero mai mi ha solcato la mente?”

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