venerdì 4 settembre 2015

VITA QUOTIDIANA

Vettovaglie

Il conto finale dell’ottimo “Cool” poco ha da invidiare ai più rinomati locali della Costa Smeralda. Il ristoratore mi conferma anche nei costi che ha frequentato a lungo la Milano in: la lettura dei numeri è a dir poco insostenibile. 32 yuan a testa, birra Qingdao inclusa: 4 euro e 57 cents…
Con codesto ammontare si fa pressoché impossibile pensare a pranzi e cene fuori.
Bisogna forzatamente ripiegare sulla mensa del campus. Summer la factotum mi dota quindi di una carta ricaricabile da utilizzare allo scopo, 
orrendamente decorata dal palazzone tardo Tito che costituisce il blocco principale dell’università. Gusti artistici rivedibili.



Ingresso ufficiale alla mensa, posta di fronte ai nostri Foreign expert apartments.

Capannone fantozaziendale atto ad ospitare due reggimenti, soffitto altissimo, dal quale pendono ventilatori a pala, ovviamente sordidi; su pilastri ingialliti campeggiano teleschermi spenti dall’epoca della guerra dell’oppio (la prima), mentre i lati sono occupati da una serie di vetrine al di là delle quali si affaccendano cuoche e cuochi. Completano con grazia l’ambiente i tavolacci dal commovente design alanfordiano[1]. Il brulichio degli studenti è avvolto in una grigiastra e sottile cappa di afrori, la cui scaturigine va ricercata sia nell'animata preparazione del companatico oltre vetrina, sia negli stracci frangiati poggiati in lunghissimi lavabi. Mi spiega Chiara che servono sì per la pulizia del pavimento, ma nessuno pensa a pulire loro: si usano un infinito numero di volte, con una sommarissima sciacquatina una tantum.

Avvicinandomi ai banchi di somministrazione del desinare, noto che gli studenti reggono tutti quanti dei sacchetti.
Hanno fatto la spesa nello stesso momento, nel ministore che sta dietro lo stanzone? No, non è così, me ne rendo conto al momento di fare la mia scelta, che, naturalmente, non può prescindere dal testo iconico. La solidissima formazione in ambito storico-artistico mi indirizza verso l’unico piatto che riconosco, sulla base delle immagini che corredano i misteriosi caratteri locali: jiaozi/casonsei.





Ricoperti di pasta fresca vengono cotti al momento in capaci pentoloni; resta solo da valicare il difficile momento dell’interazione con l’addetta alla distribuzione, le cui mani paffute indicano presumibilmente tipi diversi di casojiaoz. 

Concluso il negoziato gestuale, dopo qualche minuto arrivano, belli, fragranti, morbidi, caldi. Sì, ma li depone in un sacchetto!!! 






Ma è bruttissimo e poi pisceranno fuori tutto il loro sughino, rinforzato da un’aggiunta d’aceto e una spruzzatina di peperoncino. 

Invece no. Il sacchetto è a prova di perdita, indistruttibile nella sua fragile apparenza: è cinese in tutto e per tutto. 






Altra importante lezione di antropologia del rosso celeste impero: essenzialità e funzionalità, pochi frills. E, soprattutto, questi jiaozi sono una gioia per il palato. A costi un poco più contenuti: tra i 6 e i 7 yuan a porzione. Segnalazione a Trivago, quattro stelle. 

Ah, no facciamo tre: gli orribili strumenti dell’Erasmus a Irkutsk, in visione devastante, accatastati in infinita sequenza!! abbassano inevitabilmente la votazione.

Acqua

In questi giorni di temperatura ancora estiva, con momenti di cappa umidastra, il bisogno di idratarsi si fa pressante. Preparo il tè e azzardo bevute con acqua prelevata direttamente dal lavandino, ma presto i compagni d’avventura mi diffidano dal farlo, con argomenti decisivi “Ti viene il cagotto!”. Mi spiegano inoltre che il boccione in stile ufficio Usa è l’unica fonte affidabile alla quale abbeverarsi. Mirabile…
Non è comunque scomodo il sistema, anzi: propone due temperature differenti, facilitando la preparazione del breakfast con tè. Niente più uso del microwave. Essenziali e rapidi.
Quando l’erogazione termina, però, che s’ha da fare? Vengo a sapere che s’ha da estrarre il barile, infilarci un corrispettivo in denaro (senza farcelo cadere, impresa che sfida la sempre nota manualità) e depositarlo al piano inferiore
Infine, apporre la propria richiesta sull’apposito registro. Voilà! L’efficientissimo trasportatore in motocarrozzetta bianca provvede alla sostituzione giornaliera. Con una pausa di riflessione tra una tappa e l’altra.




Tutto quello che proviene dalle tubature di foggia ed età etrusca ha unicamente il duplice scopo di lavare la persona e scaricare le sue proprie deiezioni nelle viscere della terra. Nulla mai, però, in Catai è definito come ad ovest: occorre padroneggiare bene alcune avvertenze. Per l’uso della doccia è assolutamente necessario svuotare l’ambiente di ciò che potrebbe risentire di spruzzi prolungati: dal rotolo per le suddette deiezioni agli asciugamani, financo all’accappatoio; a seguire, dotarsi di uno strumento ad idrovora per 




tentare di sopperire agli inconvenienti di uno scarico non aggiornatissimo.

Per l’argomento più delicato, peraltro in stretta relazione con gli effetti già citati di un’ incauta somministrazione per via orale del prezioso liquido, il concetto fondamentale riporta al principe degli sport invernali, lo sci alpino. Come tutti gli appassionati sanno, le specialità tecniche, gli slalom insomma, si svolgono in due manches, diversamente dalla discesa libera e dal superG. Ora, è consigliabile, nell’impiego più proprio del trono, scegliere le tecnica più che la velocità pura. Meglio la doppia manche, inframezzata da un primo scroscio con una prima gettata leggera di cellulosa raffinata, piuttosto che un arrivo rapido con tanto di salto prima dello striscione “Ziel”[2]. Lo sciacquone è povero e troppa carta in un’unica soluzione può intasare i tubi modellati su quelli di Populonia, cinesi copioni. Nella seconda manche è possibile poi dare tutto e completare così il lancio, in maniera esaustiva. Se al termine della prova, però, l’esito non dovesse essere del tutto soddisfacente, se malauguratamente si delineasse un intasamento, è consigliabile mantenere ai piedi del trono un recipiente di buona capacità da impiegare alla bisogna.
Per dilavare i bisogni.






[1] La celeberrima pubblicazione cui si fa qui riferimento è “Alan Ford”, strepitose comic strips nate nel 1969 dalla mente di Max Bunker. Vi si narra in tono comico e grottesco le vicende di uno scassatissimo gruppo di agenti segreti con base a New York, che operano in condizioni perennemente disagiate e mezzi meno che improvvisati.
[2] Le più celebri discese libere della Coppa del mondo di sci hanno per teatro stazioni alpine tedescofone. Ziel significa “traguardo”. In particolare si segnala la mitica Streif  di Kitzbuehl, in Austria. Sullo schuss finale, proprio prima dello striscione del traguardo, gli atleti si esibiscono in uno spettacolare salto nel quale si distinse il fortissimo cortinese Kristian Ghedina. “Hopp” è il grido del pubblico che da sempre accompagna al momento del salto gli acrobati del circo bianco.

mercoledì 2 settembre 2015

PRIMISSIMI ASSAGGI

Poche ore di sonno, ma continuo, su un materasso sottiletta spalmato su un asse di legno. Ottimo invero per la schiena, ferita più di due decadi orsono. Il primo risveglio in Catai merita la sufficienza piena.
Dopo lo svaligiamento e una disamina attenta del nuovo ambiente, si impone un’abluzione dello stesso. A disposizione: pezze da lavaggio e Mastro Lindo iperconcentrato, furbamente inscatolati nelle Orobie; una scopina del nano (l’avrà acquistata Bago, l’anfitrione aeroportuale?)
e un catino di nulla capienza, reperiti in loco. Assenti: spazzolone e strofinaccio da pavimento. La ricerca dà come risultato un tergicristallo giallino, sempre Brunettasize, nuovo certamente, ma insufficiente per l’impresa che mi attende: impresa che richiede un’impresa. Di pulizie. 
Una polvere di tre spanne avvolge ogni centimetro quadro; ondeggia, in miracoloso equilibrio, sul margine superiore del battiscopa; riveste le ormai celebri tubature del bagno e ne fodera le piastrelle.

Soltanto dopo ore di sforzi da bodybuilder emergeranno, alla luce del 2015, oggetti che l’inesorabile depositarsi delle sabbie del tempo aveva oscurato nell’oblio.

La lunghissima seduta di workoutinthefilth viene fortunatamente alleviata da Nicolò che, allertato da Chiara, alla quale avevo rivelato la mia provenienza, si presenta come concittadino. L’ “Usti” della sera prima, del resto, non poteva mentire. La città è per vero poco più che un paese: in effetti, lo scambio di informazioni sulle reciproche residenze porta alla scoperta che sua sorella abita in un micro luogo a nome “Mozzo Borghetto”.  7 fusi orari, 8223 km ed ella sta a 200 m da casa mia…..
Compare verso il mezzodì anche Chiara, che mi invita ad unirmi ad una cena allitalian, nel ristorante che fronteggia l’uscita del campus.

Affronto, quindi, per la prima volta, il territorio del Catai.
Un ampio viale, alberi ai lati, bellissime corsie separate per bici (Dai!! Interessante!!) e usuali strisce pedonali nel mezzo. Si va all’attraversamento. Il traffico scorre… scorre….scorre………
scorre…….scorre……….scorre…..
…scorre…..scorre………………… 


ALURA?? Vi fermate o no?? Mi si offre la prima, fondamentale lezione di antroposinologia: i cinesi guidano di merda. Le strisce non rappresentano per loro che un fregio sull’asfalto, triglifi da carreggiata, mero “exornavit” senza il nome del pittore. Pronti a spiattellare sul bitume ogni bipede che azzardi comparire sulla loro rotta (più consono mirino?), non accennano al minimo rallentamento, piuttosto accelerano in prossimità delle strisce e colmano l’etere di un fesso clacsonare, a mò di monito per il temerario pedone.

“Cool” recita in inglese impeccabile l’insegna del luogo di ristorazione, ma il cuoco non sarà un beffardo conoscitore di onomatopee lombarde? Davvero con le sole mani e null'altro eserciterà l’arte cul(e dalli)inaria?

Ma no, dubbi infondati! Grazie agli esperti sinoparlanti che mi accompagnano, in breve fanno comparsa sul desco: riso con pancetta, verdurine crudités tagliate fini, una maestosa pentola che fa bella mostra di sé, poggiata com’è su un fornellino che la sopraeleva rispetto al volgar tavolo. Contiene patate con cipolle e peperoni, ribollenti in una danza rallegrata da intingoli speziati. 
Di nulla allegria la faccia della cameriera: un’inquietante sfinge totalmente priva d’espressione, immutabile anche di fronte ai lazzi dei sapidi sardi. Si intuisce che li vorrebbe a disposizione in un campo di rieducazione, ove con ogni probabilità ha consolidato il suo curriculum.
Ma ecco giungono, inaspettati, i casonsei![1]. Qui, mi informano, li chiamano jiaozi, ma casonsei rimangono, sia nell’aspetto sia nel sapore, a conferma delle sospettate frequentazioni lombarde del cambusiere. Sono un’autentica delizia. In vero tutto è eccellente, del resto Fernando non può mentire[2].

In mezzo a cotanta perfezione, però, un problema si pone, inevitabile. Nessuna scorciatoia, nessuna via di fuga, nessun filo d’Arianna. L’ ostacolo, doppio peraltro, temutissimo e paventato fin dall’esito positivo del colloquio skypico, si staglia implacabile sulla mensa. Enigma della sfinge (appunto..), forche caudine, tredicesima fatica d’Ercole, arco d’Ulisse.

Loro: le bacchette!!!!

I commensali con abilità somma pescano ogni vivanda. Per me solo atroci strumenti, saggio di fine corso Erasmus elaborato dalla sfinge. In Siberia. Dopo settecentotre tentativi, tutti falliti, Gianfranco con comprensione e pazienza mi illustra la dinamica d’uso. La notissima manualità dell’apprendente, mai andata oltre l’imburrata da facchino[3] e il trasporto dei mobili, si scontra con una realtà pressoché insormontabile. Ansante e con il polso prostrato riesco a gustare solo una minima parte di ciò che brilla sui piatti di portata e nella sfrigolante pentola. Neo conte Ugolino, esco affranto.
Saranno due lunghi semestri….





[1] Piatto tipico delle vallate bergamasche, i casoncelli (in italiano standard) sono ravioli ripieni di pane, Parmigiano, carne, prezzemolo, talvolta amaretti.
[2] Fernando è il cameriere interpretato da Bruno Ganz, nel cult “Pane e tulipani” di Silvio Soldini. Al primo incontro con Licia Miglietta/Rosalba, che sembra avere dubbi sulla qualità della cucina cinese, così l’ammonisce: “Mi rincresce contraddirla signora, ma i cinesi sono i migliori ristoratori del mondo”.
[3] L’autore si riferisce all’immortale Ugo Tognazzi, che nei panni di Renato tenta di istruire il compagno Albin al fine di conferirgli una più maschia attitudine, al momento di stendere il burro sul pane della prima colazione. Il film è naturalmente “Il vizietto”.

martedì 1 settembre 2015

1 settembre
L’ARRIVO

Compagnia aerea Etihad. Partenza da Milano e scalo a Doha: un ottimo volo, con sedili spaziosi e cibo piu' che decente. È sul sonno che siamo messi meno bene: zero ore zero minuti, zero secondi. Troppi pensieri affollano la mente, persa ad inseguire l'enigmatico misterioso Catai. Ma come farò a comunicare là?
Vano è preoccuparsi: tanto, all’aeroporto di Beijjing, zona arrivi, secondo accordi alcuni anglofoni mi riserveranno un’ accoglienza trionfale, con tanto di cartello ornato dal mio nome, magari preceduto da uno squillante “Prof” …..che roba! Da film!

Celeste impero, ore 11 locali, landed. Non c'è tempo per emozioni, ma solo per il recupero bagagli e l’accensione del moderno Meucci.
Ecco, si apre la magica porta degli arrivi. Sfilata di cartelli di ogni foggia: grandi, piccoli, con caratteri cinesi, caratteri latini, a pennarello, a stampa, rossi, neri blu; hotel, compagnie hitech, tour operators. E, fortunatamente, anche università. Mi metto in cerca della Hebei Normal University; lentamente vedo ricongiungersi trasvolatori oceanici e cartellonisti. Della Hebei Normal, pero, non c’e traccia. Pazientemente, faccio il giro dei recuperanti, più volte: nulla. Leggo, rileggo, fino ad imparare a memoria i nomi di tutti gli attesi a Pechino il giorno 1 settembre 2015. Niente. Niente Nardari, niente Hebei. Un’ora passata, in crescente affanno.
Alura?
I cartelli a poco a poco scompaiono: è tempo di contattare la fantomatica Amy. Ma non sarà una terrificante bufala? Una candid camera? Uno spietato cyber-scherzo? Un sequestro di occidentale, da sottoporre a lavaggio del cervello e poi reinserire nella cittadina natìa, con il fine di assassinare il sindaco di Bergamo, quinta colonna del becero capitalismo televisivo penetrato nei tessuti della sinistra?

Una cosa sola è certa: il buon Samsung, attivato normalmente, non funziona. Sudorazione in ascesa. Quiet: in uscita forse non effettua telefonate, ma sicuramente ne accetta in entrata. O no? Ulteriore sudorazione. Alternativa hitech, meno rapida ma sicura: una mail indirizzata alla phantom. Febbrile ricerca dell’antico, carico di gloria pc. Brrrr brrrrr, vibra Samsung vibra!! Ma è proprio la senzavoltoamy, che mi chiede perché non ho il telefono acceso….ok, una buona partenza, alla Rolando Thoeni[1]. Il Meucci coreano ha evidentemente qualche difficoltà in Catai: la comunicazione è di breve durata, proprio non va. 

Torniamo alla solida mail. È un aeroporto internazionale, ha una connessione sicuramente ultrafunzionale. Mezz’ora secca di smanettamenti, richieste a passanti dall’aria 2.0, a gentili hostess del desk “Informations” (però, strano. Che inglese traballante hanno): niente da fare, la rotellina della connessione gira, gira, ipnotica, inesorabile. La carica se ne sta andando, urge fare ricorso all’alimentatore, dotato di convertitore universale che il saggio traveller porta sempre con sé. Tutto bene, entra nell’attacco cinese.
Ma non alimenta un cass! Ghiandole sudoripare ormai fuori controllo, ripasso mentale dello Zibaldone Magütt[2]

Addocchio un negozio phones/smart/tablet/apps/clouds/everything e procedo all’acquisto di un nuovo convertitore (ma che inglese deficitario i commessi, strano) che, subito, pompa a meraviglia elettricità nell’esausto Acer. Grazie al sospirato scambio di mail con Amynoface vengo a sapere che gli incaricati del mio recupero sono in cerca di me alla zona arrivi. Seeeee, quando sono arrivati? E’ l’una passata e praticamente non mi sono mai allontanato, tenendo sotto controllo tutti i cartelli. Nuovo giro, nuova lettura e finalmente becco una tappotta brandente un foglio di quaderno a quadretti con su scarabocchiato il nome mio. Con la Bic, il cui tratto è di notorio spessore. “Good morning, I am Lorenzo”, “…..”, “Good morning I am Lorenzo”, “Hello, hao scao ma mien water kagen”. Ma che suoni sono? Oh porco cane, non sa una parola dell’idioma di Albione. Che storia è? 

La affianca un Bagonghi in t-shirt nera, con il quale tento nuovamente l’affondo da teatro elisabettiano. Peggio che mai, nemmeno “hello” sa dire: si limita a sorridermi tra lo stolido e il divertito. Mi chiede, a gesti ovviamente, di fare una foto insieme. Boh. È molto gentile, però, e mi invita a sedermi, accompagnandomi alla fila di sedie dove stavo prima. Passati venti minuti mi rifaccio vivo e Bagonghi (ma quanto è basso?) mi accoglie di nuovo con il suo sorriso. La titolare dell’azienda recuperi sta appoggiata alla sbarra che circonda l’uscita dei passeggeri in arrivo dall’interno del terminal. Tra schegge di lessico in parte british e gesti parte nopei pervengo ad una prima conclusione: sta attendendo l’arrivo di altri teachers. Bago il nero, per parte sua, poggia una micromano sull’addome tondino e l’altra entro le fauci, emettendo ancora quei suoni strambi. Qui è facile: mi dice che posso andare a mangiare al bar vicino, nell’attesa.

Scorre sabbia nella clessidra. Un’ora. Due ore. Prigioniero dello psicodramma surrealista, ogni tanto mi alzo dalla sedia, che ha assunto perfettamente i contorni dei miei glutei, per negoziare qualche scampolo di informazione gestuale con l’ineffabile duo, che imperterrito non si schioda dalla barra e mi fa capire che bisogna aspettare ancora. Lo spettro di Tom Hanks di “The terminal” si aggira per la Cina.

Verso le quattro e mezzo di pomeriggio, dopo oltre 5 ore dall’arrivo, in un dormiveglia bagnato di rassegnazione ha, al fine, termine la tremenda prova beckettiana. Si materializzano quattro yankees, che si presentano come insegnanti d’inglese (lo parlano bene, strano). Un lampo squarcia il dormiveglia: vuoi vedere che, per evitare di venire in aeroporto per due volte, gli emissari sono venuti in un orario intermedio tra la mattinata e il pomeriggio? Senza avvertire me, of course: del resto io vengo dal paese dei cachi, o al massimo dei cuochi, mica da cicaco.

Il leggendario duo ci accompagna, poi, alla fermata di un autobus che porta direttamente a Qinhuangdao, ormai una Shangri-la per me.  Fermata, peraltro, introvabile, distante leghe e leghe, impossibile per qualsiasi viaggiatore che non parli cinese. Dieci metri fuori la zona degli arrivi. Zibaldone….
Gli americani si compongono di tre wasp e una nera, in proporzioni da wrestling. Mi siedo vicino ad una wasp, cerco di scambiare qualche parola, ma cozzo contro un muro invalicabile: racimolato a few of sparuti monosillabi mi ritiro, pensando che l’afasica sia in realtà molto stanca. Sì, va beh, però tutti gli janchis che ho incontrato nell’ultimo decennio un’amabile quanto vuota conversazione di cortesia, fatta di “fine; great; really?; I lav itali for de fud (eh, sì, in effetti non c’è altro laggiù)” la spiaccicavano. L’ultimo neurone della giornata mi ammonisce, ‘Mei fa sito va’, cosa me è enit in ment po’?’[3]; mai rinnegare il proprio dna. Orobico sei, taci dunque.

Il viaggio, nelle luci della sera, si interrompe dopo un paio d’ore. Il bus sosta presso un grigio supermercato. Mi aggiro tra gli scaffali cercando di decifrare le etichette di (im)probabili prodotti alimentari e solo grazie all’ immagine della confezione individuo delle patatine di colore verdino prato. Risalito sul mezzo anche con una bottiglia d’acqua assaggio le pratine: cetriolo saponato, ma nemmeno dei peggiori.
Attorno alle 21 arriviamo finalmente a Shangri-la/Qinhuangdao, 26 ore dopo la partenza da Milano. Il bus si ferma in una strada polverosa, vicino ad un cantiere. Buio, niente traffico, silenzio: ecco, adesso ci prelevano per riprogrammarci in una base militare segreta, come Denzel nel Manchurian candidate. Ma no: due gentili signore, in ottimo inglese, si presentano come Summer e Amy! La voce di Skype assume quindi un volto, tondetto con occhi minuscoli e attenti, dietro occhiali quasi modaioli. Noto che gli americani vengono accolti come ad una rimpatriata di amici: evidentemente avevano già lavorato all’Hebei Normal. Già, ma dov’è la Hebei Normal? Non sarà mica erigenda? Si cela in questo cantiere? No, ci spiegano che dobbiamo trasferire i bagagli dal bus ai taxi che hanno chiamato per noi. Sul mio stesso taxi sale Amy che mi dice “You have waited a lot of time”. Zibaldone nella mente, “Yes, a lot” sulla bocca.

Dopo una craniata sul portellone del portabagagli del bus e una quindicina di minuti di trasporto, tra grattacieli che giganteggiano ai due lati della strada, facciamo trionfale ingresso al campus, deserto e immerso nell’oscurità . “Foreign expert apartments”, così recita l’insegna dilavata dal tempo e incorniciata da fluttuanti lanterne rosse (però quelle di Zhang Yimou facevano un altro effetto): questa sarà la mia casa per quasi un anno. Un custode sorridente dai denti guasti e in divisa nerastra saluta con calore i foreigner teachers. Gli americani sono destinati al secondo piano, il terra dei cachi al terzo. Ormai non sollevo più, mi limito con l’aiuto della giovane Summer a trascinare solamente i bagagli,  fino alla stanza 345. Curiosamente fanno mostra di sé, lungo le scale, decorazioni natalizie. “Merry Christmas” mi augura un babbo Natale di cartone. Il primo di settembre. 
Perché non portarsi avanti?  

Ecco la 345: spartana ma non respingente, con la parziale eccezione delle tende, di un imperdonabile beige chiarino, da motel bosniaco. (Srpska Republika ovviamente eh!). Summer mi informa che la stanza che sta di fronte, sull’ altro lato del corridoio, è a mia disposizione come ufficio, ma me la mostrerà domani. Rimasto solo, comincio ad esplorare gli armadi e poi….. Poi, temerario, apro la porta del bagno.

La visione dell’interno induce al pentimento: in una lampo rimanda ad un’ampia produzione culturale che spazia dal cinema (“Non aprite quella porta”), alla letteratura di genere (“I delitti della camera chiusa”). La doccia fa parte della toilette, non è separata: penzola sopra la tazza; lo scarico si risolve in un buco praticato nel pavimento, a lato del lavandino. 

                                                  

La ruggine sul termosifone 
ravviva un ambiente effettivamente troppo giocato sul solo bianco. Bianco sporco. Ma proprio sporco. Nereggiano decimetri di polvere su un tubo grondaia, a vista, che cala dall’ alto i liquidi dei piani superiori e li porta a quelli inferiori. 

Gioia dell’archeologo è, però, la stratificazione plurisecolare che contraddistingue il perimetro. Fanghiglia rappresa, 

divenuta parte della struttura, si rallegra, nel suo grigio fumo di Londra, del bianco dell’intonaco posatosi sopra, delicata, postmoderna rugiada. 




Gioia dello storico dell’arte moderna la patina d’antico che riveste i fili del boiler, mentre per quello dell’arte contemporanea brilla l’allestimento della ciabatta che ne accoglie la spina. Affissa al muro da segmenti di nastro adesivo, impregnati di vita vera, offre splendido esempio di ready made ma al contempo lo supera di slancio, configurando, nella ricontestualizzazione dell’effettivo uso quotidiano, un concetto del tutto nuovo: il ready improvvisated.

Di fronte alla grande bellezza esco dalla stanza per non essere sopraffatto dalla sindrome di Stendhal. Dalla penombra, lungo il corridoio  (Madeleine improvvisa: colonia di Cesenatico dei Seventies), emergono figure… ma sono antropoidi! Di sesso femminile e maschile, rispettivamente. “Ciao, sono Chiara”, dolcezza di sorriso, “Ciao, sono Nicolò”, magrezza da poco riso. Ma, ma…. la favella mi è nota. Italiani!! Dopo le presentazioni il giovane Nicolò mi chiede “Che cosa la porta in Cina?” quasi rimarcando in maiuscolo il la, come in una mail formale. Piccato, faccio notare la cosa, con subitaneo passaggio al “tu”. Ecco, però, compare una nuova squadra di connazionali, dall’inequivocabile accento isolano: sardi purosangue. Aria magnificamente impunita! Barbara, Anna, Giulia, Laura, Gianfranco e Andrea.
Durante la conversazione emerge, totalmente inaspettato, un “Usti!”. È Nicolò il responsabile. Ora, nel Bel Paese esiste solo un’etnia linguistica che fa ricorso a consimile interiezione. Aspettiamo domani per le rivelazioni, però. Ora è tempo di crollare, devitalizzato, sul sottile materasso del lettone. Di Mao, non di Putin.







[1] Cugino del più noto Gustavo, fu sciatore di qualche fortuna negli anni Settanta. La sua fama resta però indissolubilmente legata, presso i Nardari bros., ad una sua uscita in slalom. Dopo la prima porta. Indimenticabile.
[2] Trascurato dai più aggiornati manuali di storia letteraria patria, l’opera in questione contiene, invece, elementi di sicuro interesse. Si tratta di una raccolta anonima di motti di ordine teologico, elaborati nel corso dell’era moderna, espressione salace quanto autentica della quotidianità, prima, dei facchini emigrati a Venezia dalle Orobie natìe, poi dei costruttori attivi in tutto il mondo, che dei primi condividono l’origine. Il lemma “Magütt” si riferisce al manovale, a colui che nell’impresa edile riveste il rango più basso.
[3] L’autore, poliglotta, fa uso nel dialogo interiore dell’idioma nativo, incisivo nella sua sinteticità, icastico, ma poco praticato nel dialogo esterno anche perché di non facile comprensione da parte dell’interlocutore, in ispecie se extraorobico. Il breve pensiero è così traducibile : “È meglio osservare il silenzio. Ma qual pensiero mai mi ha solcato la mente?”

venerdì 26 giugno 2015

Fine giugno 2015
PROLOGO


Un'offerta di lavoro su echinacities.com, un invio di mail, un colloquio via Skype: tre mosse, incardinate in meno di dieci giorni, stendono in un lampo un filo tra la piccola Bergamo, Lombardy e la misteriosa Qinhuangdao, Hebei, nel lontanissimo Catai. 
Il contratto
In veste di insegnante di italiano mi avvierò su codesto filo, assai in bilico in vero: lascio i sicuri lidi popolati da figurine e viaggiatori, per esplorare lande morfosintattiche. Ulteriore e pericolosa oscillazione del filo, la totale asinofonia. Così pregno di significato, il termine denota che oltre il raglio non mi è consentito andare, nella padronanza del mandarino. L'intervistatrice, Amy, però, invisibile durante la skyppata come si conviene allo stereotipo di un suddito del rossoceleste impero, assicura che gli studenti, modernamente, si esprimono bene nella lingua franca globale. Dopo un fondamentale ripasso dell'opera omnia di Bruce, un elettrocardiogramma e uno svenevole prelievo di sangue, dopo un invaligiamento durato quanto l'approvazione di una legge sulla corruzione, tra follia e lucidità, tra ebbrezza e dubbio dirigo le ali non, come è uso da tempo, verso l'estremo ovest, ma in direzione opposta. 
Che so io della Cina? Il Milione forse è un pò datato. Pregno da secoli di mediterraneismo e yanquismo, cerco di colmare la sterminata lacuna leggendo opere come "Impara il cinese in un mese, "Piccola guida alla Cina moderna", "Cinesi" e soprattutto i preziosi "Antichi diari di Furio", del blog saporedi cina.com.