venerdì 4 settembre 2015

VITA QUOTIDIANA

Vettovaglie

Il conto finale dell’ottimo “Cool” poco ha da invidiare ai più rinomati locali della Costa Smeralda. Il ristoratore mi conferma anche nei costi che ha frequentato a lungo la Milano in: la lettura dei numeri è a dir poco insostenibile. 32 yuan a testa, birra Qingdao inclusa: 4 euro e 57 cents…
Con codesto ammontare si fa pressoché impossibile pensare a pranzi e cene fuori.
Bisogna forzatamente ripiegare sulla mensa del campus. Summer la factotum mi dota quindi di una carta ricaricabile da utilizzare allo scopo, 
orrendamente decorata dal palazzone tardo Tito che costituisce il blocco principale dell’università. Gusti artistici rivedibili.



Ingresso ufficiale alla mensa, posta di fronte ai nostri Foreign expert apartments.

Capannone fantozaziendale atto ad ospitare due reggimenti, soffitto altissimo, dal quale pendono ventilatori a pala, ovviamente sordidi; su pilastri ingialliti campeggiano teleschermi spenti dall’epoca della guerra dell’oppio (la prima), mentre i lati sono occupati da una serie di vetrine al di là delle quali si affaccendano cuoche e cuochi. Completano con grazia l’ambiente i tavolacci dal commovente design alanfordiano[1]. Il brulichio degli studenti è avvolto in una grigiastra e sottile cappa di afrori, la cui scaturigine va ricercata sia nell'animata preparazione del companatico oltre vetrina, sia negli stracci frangiati poggiati in lunghissimi lavabi. Mi spiega Chiara che servono sì per la pulizia del pavimento, ma nessuno pensa a pulire loro: si usano un infinito numero di volte, con una sommarissima sciacquatina una tantum.

Avvicinandomi ai banchi di somministrazione del desinare, noto che gli studenti reggono tutti quanti dei sacchetti.
Hanno fatto la spesa nello stesso momento, nel ministore che sta dietro lo stanzone? No, non è così, me ne rendo conto al momento di fare la mia scelta, che, naturalmente, non può prescindere dal testo iconico. La solidissima formazione in ambito storico-artistico mi indirizza verso l’unico piatto che riconosco, sulla base delle immagini che corredano i misteriosi caratteri locali: jiaozi/casonsei.





Ricoperti di pasta fresca vengono cotti al momento in capaci pentoloni; resta solo da valicare il difficile momento dell’interazione con l’addetta alla distribuzione, le cui mani paffute indicano presumibilmente tipi diversi di casojiaoz. 

Concluso il negoziato gestuale, dopo qualche minuto arrivano, belli, fragranti, morbidi, caldi. Sì, ma li depone in un sacchetto!!! 






Ma è bruttissimo e poi pisceranno fuori tutto il loro sughino, rinforzato da un’aggiunta d’aceto e una spruzzatina di peperoncino. 

Invece no. Il sacchetto è a prova di perdita, indistruttibile nella sua fragile apparenza: è cinese in tutto e per tutto. 






Altra importante lezione di antropologia del rosso celeste impero: essenzialità e funzionalità, pochi frills. E, soprattutto, questi jiaozi sono una gioia per il palato. A costi un poco più contenuti: tra i 6 e i 7 yuan a porzione. Segnalazione a Trivago, quattro stelle. 

Ah, no facciamo tre: gli orribili strumenti dell’Erasmus a Irkutsk, in visione devastante, accatastati in infinita sequenza!! abbassano inevitabilmente la votazione.

Acqua

In questi giorni di temperatura ancora estiva, con momenti di cappa umidastra, il bisogno di idratarsi si fa pressante. Preparo il tè e azzardo bevute con acqua prelevata direttamente dal lavandino, ma presto i compagni d’avventura mi diffidano dal farlo, con argomenti decisivi “Ti viene il cagotto!”. Mi spiegano inoltre che il boccione in stile ufficio Usa è l’unica fonte affidabile alla quale abbeverarsi. Mirabile…
Non è comunque scomodo il sistema, anzi: propone due temperature differenti, facilitando la preparazione del breakfast con tè. Niente più uso del microwave. Essenziali e rapidi.
Quando l’erogazione termina, però, che s’ha da fare? Vengo a sapere che s’ha da estrarre il barile, infilarci un corrispettivo in denaro (senza farcelo cadere, impresa che sfida la sempre nota manualità) e depositarlo al piano inferiore
Infine, apporre la propria richiesta sull’apposito registro. Voilà! L’efficientissimo trasportatore in motocarrozzetta bianca provvede alla sostituzione giornaliera. Con una pausa di riflessione tra una tappa e l’altra.




Tutto quello che proviene dalle tubature di foggia ed età etrusca ha unicamente il duplice scopo di lavare la persona e scaricare le sue proprie deiezioni nelle viscere della terra. Nulla mai, però, in Catai è definito come ad ovest: occorre padroneggiare bene alcune avvertenze. Per l’uso della doccia è assolutamente necessario svuotare l’ambiente di ciò che potrebbe risentire di spruzzi prolungati: dal rotolo per le suddette deiezioni agli asciugamani, financo all’accappatoio; a seguire, dotarsi di uno strumento ad idrovora per 




tentare di sopperire agli inconvenienti di uno scarico non aggiornatissimo.

Per l’argomento più delicato, peraltro in stretta relazione con gli effetti già citati di un’ incauta somministrazione per via orale del prezioso liquido, il concetto fondamentale riporta al principe degli sport invernali, lo sci alpino. Come tutti gli appassionati sanno, le specialità tecniche, gli slalom insomma, si svolgono in due manches, diversamente dalla discesa libera e dal superG. Ora, è consigliabile, nell’impiego più proprio del trono, scegliere le tecnica più che la velocità pura. Meglio la doppia manche, inframezzata da un primo scroscio con una prima gettata leggera di cellulosa raffinata, piuttosto che un arrivo rapido con tanto di salto prima dello striscione “Ziel”[2]. Lo sciacquone è povero e troppa carta in un’unica soluzione può intasare i tubi modellati su quelli di Populonia, cinesi copioni. Nella seconda manche è possibile poi dare tutto e completare così il lancio, in maniera esaustiva. Se al termine della prova, però, l’esito non dovesse essere del tutto soddisfacente, se malauguratamente si delineasse un intasamento, è consigliabile mantenere ai piedi del trono un recipiente di buona capacità da impiegare alla bisogna.
Per dilavare i bisogni.






[1] La celeberrima pubblicazione cui si fa qui riferimento è “Alan Ford”, strepitose comic strips nate nel 1969 dalla mente di Max Bunker. Vi si narra in tono comico e grottesco le vicende di uno scassatissimo gruppo di agenti segreti con base a New York, che operano in condizioni perennemente disagiate e mezzi meno che improvvisati.
[2] Le più celebri discese libere della Coppa del mondo di sci hanno per teatro stazioni alpine tedescofone. Ziel significa “traguardo”. In particolare si segnala la mitica Streif  di Kitzbuehl, in Austria. Sullo schuss finale, proprio prima dello striscione del traguardo, gli atleti si esibiscono in uno spettacolare salto nel quale si distinse il fortissimo cortinese Kristian Ghedina. “Hopp” è il grido del pubblico che da sempre accompagna al momento del salto gli acrobati del circo bianco.

1 commento: